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Depersonalizzazione e Derealizzazione

Ultimamente sto vivendo con molti sensi di colpa nei confronti di mia figlia di 3 anni, che iniziando la scuola materna mi ha permesso di ricominciare ad avere la mia indipendenza, e quindi ho deciso di tornare a lavorare, riducendo ad un paio d’ore al giorno il tempo che io trascorro con lei. Mi sento terribilmente in colpa, ma amo aver riacquistato il mio ambiente lavorativo e non so che fare. Lei che ne pensa, lavorare o non lavorare quando si hanno figli piccoli?! (Valeria)

Cara Valeria, rispondo immediatamente al tuo dubbio amletico: lavorare!! Non come auto-imposizione intendo, ma come una cosa da assecondare se ve ne sia desiderio o necessità. Addirittura le nostre nonne, che provengono da un’epoca dove i ruoli uomo/donna erano ben distinti all’interno del nucleo familiare, con le loro perle di saggezza hanno sempre esortato le nuove generazioni femminili a conquistare la propria indipendenza, perché non è solo una questione di mantenimento - anche se è diventato una necessità più o meno per tutti - ma proprio di pausa psicofisica dal ruolo di madre, che per alcune si esaurisce nel lavorare, per altre nella palestra, nel vedersi con un’amica etc.. Io credo fermamente che il sentirsi donne soddisfatte sia in assoluto il requisito maggiore per essere una brava madre, e che vada quindi perseguita la propria inclinazione, qualunque essa sia, onde evitare di far gravare sui propri figli il granitico peso delle nostre rinunce per amor loro. Tu parli del fatto che hai poche ore al giorno per stare con tua figlia e al contempo che ami il tuo lavoro, bene, io penso che nessuna donna debba rinunciare al lavoro che ama per amore dei figli. L’amore non chiede nulla, l’amore dà, e di certo quelle 2/3 ore che passate insieme ogni giorno sono un concentrato di voglia di vedersi e di stare insieme: tra un genitore felice ed un figlio che ha sentito la sua mancanza. Dinamica questa che riscontro raramente (per non dire ‘mai’) nelle madri che stanno tutto il giorno dentro casa. I sensi di colpa sono normalissimi, ma il discorso merita di essere affrontato unicamente laddove vi siano reali problemi, in caso contrario, sono proiezioni personali, del tutto trascurabili. Soprattutto quando si ha una figlia femmina, è importante trasmetterle l’esempio della donna che vorremmo diventasse un giorno, soprattutto considerando i tempi in cui viviamo. Quando ti assalgono i sensi di colpa rifletti su questo punto, avrai da sola la risposta…

Parliamo di DEPERSONALIZZAZIONE e DEREALIZZAZIONECon questi termini, ultimamente sono molto sentiti e parimenti temuti, intendiamo episodi dove le persone si trovano a vivere la spiacevole esperienza di sentirsi distaccate dal proprio ambiente, o dal proprio corpo. Spesso ci si sente come se si stesse vivendo in un sogno, o come se ci si guardasse dal di fuori, da osservatori esterni e senza emozioni di se stessi o della realtà in cui si vive.

Nel caso della Depersonalizzazione, l'individuo può sentirsi distaccato da tutto il suo essere (‘non so chi sono’ ‘non so cosa sono’ ). Ci si può anche sentire soggettivamente staccati solo da aspetti del sé come dai sentimenti (‘so di avere sentimenti, ma non li sento’), dai pensieri (‘i miei pensieri non si sentono’, ‘ho la testa piena intorpidita’) , dal corpo intero o da parti di esso, o da sensazioni (‘tatto, propriocezione , fame, sete, lbido’) e così via. Ci può essere anche una diminuzione del senso del movimento (‘mi sento come un automa, come un robot’).

Gli episodi di Derealizzazione sono caratterizzati da un senso di irrealtà e di distacco dal mondo. L'individuo può sentirsi come se fosse immerso in una nebbia, in un sogno, in una bolla, come se ci fosse un velo o una parete di vetro tra l'individuo e il mondo circostante. L’esterno può essere vissuto come artificiale, incolore, senza vita. La derealizzazione è comunemente accompagnata da distorsioni visive soggettive.

Ad ogni modo, sia durante l'esperienza di depersonalizzazione quanto di derealizzazione, le persone restano in qualche modo in contatto con la loro realtà attuale.

Sono situazioni entrambe che creano molto disagio, soprattutto per la paura che generano in chi le vive che tende ad autoalimentarsi e ad inficiare così, nel caso di episodi ricorrenti, la propria vita sociale e lavorativa. Perdipiù sono spesso accompagnate dalla vergogna di parlarne per il timore di essere considerate persone non mentalmente sane, quando invece, vorrei poter rassicurare, è proprio questo timore, per noi terapeuti, un alto indice di mentalizzazione e di sanità mentale.

Molto spesso si tratta di fenomeni transitori dovuti ad un eccesso di stress, di ansia, o correlati ad altri disturbi psicologici e/o fisiologici, ad abuso di sostanze o in conseguenza di eventi traumatici.

Lo si può prendere come un personale campanello d’allarme, una richiesta di aiuto e di ascolto che la persona invia a se stessa, evidentemente non trovando altri mezzi per farsi notare.

L’unica possibilità di capire la natura di questi episodi, e quindi di far svanire la paura, è quella di parlarne con uno specialista e concedere un sano ascolto al proprio disagio.

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